il passato che non vuol passare


Fabristol ha, poco tempo fa, postato un’interessante, e per parte mia, condivisibile riflessione sulla pratica dello sciopero, citando in calce una citazione del mai troppo lodato Bruno Leoni.
Questa riflessione, in modo assolutamente prevedibile, ha suscitato l’indignazione di un lettore del blog, Antonello, che appartiene a un orizzonte culturale profondamente diverso da quello libertarian.
Vorrei intervenire per cercare di comprendere quale sia la causa di una così profonda differenza tra le due visioni.
Partiamo da ciò che dice Antonello, alla fine del suo post:”Il punto è che i due contraenti, datore e prestatore di lavoro, non sono egualmente liberi. Di conseguenza il legislatore interviene per temperare questa disparità.”
L’idea di Antonello è che il lavoratore dipendente sia intrinsecamente in una condizione di inferiorità “strategica” nei confronti del datore di lavoro.
Pertanto, partendo da questo presupposto, desume che in assenza di un intervento del legislatore il lavoratore subirebbe lo sfruttamento del datore di lavoro.
E’una visione conflittuale del rapporto di lavoro, che giustifica l’uso di una forma di ritorsione, di ricatto, fondamentalmente, quale è lo sciopero.
In quest’ottica il passeggero che soffre i disagi di uno sciopero dei mezzi di trasporto sarebbe una sorta di “danno collaterale”, per mutuare un’espressione del gergo militare, provocato dal conflitto tra lavoratore dipendente e datore di lavoro.
Mi spiace, ma questa mi appare come una visione primitiva dei rapporti di lavoro, frutto del preconcetto ideologico per cui il datore di lavoro trarrebbe il proprio profitto dallo sfruttamento del lavoro del dipendente.
Per chi scrive, e per la sua esperienza di lavoratore dipendente, non è così.
Un contratto di lavoro, come qualsiasi altro contratto, sottopone i contraenti a degli obblighi reciproci, che essi stimano un costo ragionevole da sostenere a fronte dei vantaggi che il contratto stesso gli procura.
In altri termini, si tratta di un “gioco” non a somma zero. Entrambe le parti traggono vantaggio.
Qualcuno potrebbe obbiettare che col passare del tempo le condizioni inizialmente stimate vantaggiose dal dipendente divengono sempre meno vantaggiose, sino al punto in cui il dipendente non le stimerà più tali da giustificare il numero e il tipo di obblighi cui è sottoposto.
Il lavoratore però è libero di rescindere il contratto, dando un ragionevole preavviso.
Non tutti, si obbietterà a questo punto, possono permettersi di farlo. Non tutti sono in grado di rimettersi efficientemente sul mercato per offrire la propria professionalità ad altre aziende.
Questa obiezione, però, è un’inconsapevole ammissione del fatto che il dipendente chiede più di quanto effettivamente gli spetti. E si rovescia in toto la visione per cui l’egoismo sarebbe il marchio di fabbrica dell’imprenditore.
Io violo i miei obblighi contrattuali per estorcere dal mio datore di lavoro più di quanto qualsiasi altro sarebbe disposto a darmi per il mio lavoro. Non è cupidigia questa?
Perché il mio datore di lavoro dovrebbe darmi più di quanto chiunque altro mi darebbe nelle medesime condizioni?
Se questo qualcun altro ci fosse, mi basterebbe rescindere il mio contratto e sottoscriverne un altro con codesto secondo datore di lavoro.
Se ciò non accade è perché il mio lavoro non vale quel che io pretendo per esso.
E qui si giunge, forse, al nocciolo della questione: il valore del lavoro.
Chi sostiene la tesi qui perorata da Antonello, ritiene, consapevolmente o meno, che esista un qualche valore intrinseco del lavoro. O meglio, che il lavoro conferisca, inglobi, nel prodotto alla cui creazione si contribuisce una parte consistente del suo valore, e che il compenso che si riceve debba essere commisurato a quest’ultimo.
Questa teoria passa sotto il nome di teoria del valore-lavoro.
Nella sua versione marxista, questa idea comporta che l’unica reale fonte di profitto per il datore di lavoro sia ciò che riesce a sottrarre, il plusvalore, al lavoratore, estorcendogli, in qualche modo, una quantità di lavoro superiore rispetto a quella necessaria per compensare il salario offerto al lavoratore.
E’ questa la radice della visione conflittuale dei rapporti di lavoro. Nient’altro. Niente di più. E non c’è nessuna possibilità di compromesso in quest’ottica. Qualunque ricavo del datore di lavoro, in questa prospettiva, non potrà mai legittimamente appartenergli, poiché sarà sempre, e comunque, frutto di un’estorsione.
E, perciò, il lavoratore, scioperando e boicottando l’azienda per cui lavora, non farebbe altro che rivendicare ciò che in realtà gli appartiene.
Una visione tragica, oserei dire.
Per fortuna è una visione sbagliata, incentrata su una teoria erronea su ciò che conferisce valore ad un bene.
Per quanto possa apparire controintuitivo il valore di un bene non ha nessuna relazione con quanto sia complessa e laboriosa la sua produzione. E questo vale per qualunque bene o merce, incluso il lavoro stesso.
Ancora più controintuitivo è il fatto che la stessa quantità di un dato bene, incluso ancora una volta il lavoro, può, in contesti diversi, avere un valore diverso.
Il lavoro, come ogni altro bene, è soggetto alla legge della domanda e dell’offerta ed il suo valore è determinato da essa. Il senso di ingiustizia provato da un lavoratore che si sente sfruttato e sottopagato, seppur comprensibile da un punto di vista umano, non ci deve distogliere dall’osservare che, nella stragrande maggioranza dei casi, è frutto di un fraintendimento, di una lettura sbagliata dei fatti.
Ciò che non si comprende è che il valore del proprio lavoro non dipende, in senso assoluto, né dalla dedizione con cui lo si compie, né dalla perizia con cui lo si esegue, né dall’impegno che vi si profonde.
Dipende, in primis, da quanta richiesta vi sia per quel particolare tipo di prestazione, in rapporto al numero di persone in grado di offrirla con la stessa competenza.
E ogni ora di lavoro addizionale offerta, ahimè, per quanto possa apparire ingiusto, varrà meno di quelle offerte in precedenza.
Lo sciopero non è la risposta sbagliata alla domanda giusta, è la risposta sbagliata alla domanda sbagliata.
Un lavoratore che voglia migliorare la propria condizione economica non deve chiedersi come fare per estorcere più denaro al proprio datore di lavoro, deve chiedersi come agire su se stesso per rendere la propria professionalità più attraente per il mercato.
Personalmente non credo, come sostiene Antonello, che gli scioperi e le “lotte” abbiano contribuito in alcun modo al miglioramento delle condizioni lavorative in occidente.
Al contrario, come accadde nel Regno Unito durante il periodo di governo della signora Tatcher, le lotte sindacali sono state spesso lotte di retroguardia, ispirate da una visione retrograda e superata dei rapporti di lavoro, e l’attrito da loro generato ha esclusivamente rallentato il progresso sociale, creando l’illusione che non sia necessario, per il lavoratore, riqualificarsi costantemente e riproporsi sul mercato con accresciuta professionalità.
Henry Ford, che pure non è stato uno dei maggiori filantropi della storia, e le cui idee personali sono decisamente da condannare, pur non ammettendo i sindacati all’interno della propria ditta, nel 1914 scosse il mercato del lavoro americano più che raddoppiando il salario dei propri dipendenti.
Le sue motivazioni erano prettamente egoistiche, voleva attrarre i meccanici migliori, e per questo offriva loro condizioni lavorative migliori ( compresa una settimana lavorativa più corta – concordata nel 1926) e un salario più elevato. Tutto ciò escludendo sistematicamente i sindacati dalla contrattazione.
Questo, peraltro, spinse le ditte concorrenti ad alzare anch’esse i salari per i propri dipendenti.
L’azione interessata e egoista di un tycoon ha prodotto più vantaggi per i lavoratori di qualsiasi picchettaggio o sciopero.
Ma allora qual è la funzione, socialmente conservatrice e dannosa, che svolgono i sindacati?
Essenzialmente, il sindacato tenterà di imporre alle aziende strategie il più possibile labor intensive, cercherà di contrastare qualunque scelta che riduca il terreno su cui esso potrà far leva.
E lo farà anche se ciò non è nell’interesse del singolo lavoratore.
Va sottolineato come questa tendenza sia esattamente opposta all’evolversi delle strutture produttive che, quanto meno a partire dalla rivoluzione industriale, hanno costantemente teso a divenire sempre più capital intensive.
(Un aspetto questo che mal si coniuga con l’idea che il profitto derivi dallo sfruttamento del pluslavoro, poiché in tal caso il capitalista starebbe agendo ampiamente contro i propri interessi nel non puntare su attività ad alta intensità di lavoro)
E’ chiaro, a questo punto, il motivo per cui ritengo che la posizione di Antonello, seppur animata dalle migliori intenzioni, e per quanto appaia come moderna è in realtà una posizione fortemente conservatrice e dannosa per i lavoratori stessi.

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2 risposte a il passato che non vuol passare

  1. Antonello Barmina ha detto:

    Ad alcune obiezioni ho risposto su Libertarianation.
    LUigi liquida in maniera molto sbrigativa la teoria del valore lavoro
    “. Per fortuna è una visione sbagliata, incentrata su una teoria erronea su ciò che conferisce valore ad un bene.”
    Perchè erronea? Cosa conferisce valore ad un bene?

  2. bourbaki ha detto:

    Antonello, non era mia intenzione liquidarlo.
    Discuterlo nel dettaglio avrebbe richiesto uno spazio sproporzionato. Se vogliamo affrontare l’argomento, consentimi di trattarlo con un post separato, vista la sua ciclopica complessità.
    Sarà sicuramente una trattazione inadeguata, ma cercherò di descrivere al meglio i motivi per cui tale teoria è fallace.

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