Chi ha paura della crescita economica?

La denuncia del vuoto e futile materialismo unisce e accomuna mistici asceti e preti di strada, annoiate aristocratiche e attiviste di sinistra, orgogliosi sostenitori del nazionalismo autarchico e corporativista, fanatici cultori di bislacche teorie esoteriche e tradizionalisti reazionari, così come ex-marxisti riconvertiti all’ambientalismo più radicale.
Per quanto il benessere materiale non sia disprezzato per sé stesso, esplicitamente, da nessuno, è chiaro che la sua ricerca, l’affannarsi per raggiungerlo appare come volgare, basso, indegno.
Produrre ricchezza e benessere ha degli effetti collaterali: si danneggia l’ambiente, si genera diseguaglianza e infelicità. E una crescita rapida, “incontrollata”, genera instabilità, trasformando il benessere di oggi nella miseria di domani, poichè la crescita non è “sostenibile”.
Queste sono le parole d’ordine che risuonano attraverso la rete e i pensosi mantra che vengono scanditi attraverso il tubo catodico da seri e riflessivi maîtres à penser, vecchi cantautori illuminati e saggi e giovani ed energici iconoclasti.
Cosa crea questa armoniosa consonanza tra anime tanto diverse? Come mai l’occidente di oggi si scopre così distante da tutto ciò che ha reso la nostra civiltà quella che per lungo tempo ha dominato gran parte del mondo?
A uno sguardo disincantato e oggettivo parrebbe chiaro che la crescita economica, sia nel passato che nel futuro, sia da associare a degli innegabili benefici sociali. E’ naturale associare a maggior benessere materiale, per definizione, una vita più lunga e sana; tanto più lunga e più sana quanto maggiore è il benessere e la crescita economica.
Sembrerebbe ovvio associare al progresso materiale la possibilità di avere una maggiore ricchezza a parità di ore lavorate, consentendo di scegliere più agevolmente tra un incremento dei consumi e l’opportunità di dedicare una porzione maggiore del proprio tempo a sé stessi.
Così come sembrerebbe ovvio stabilire un profondo legame tra progresso, inteso come accrescimento del benessere, e progresso tecnico-scientifico.
Eppure sia tra le élite intellettuali che nella cultura pop e massmediatica alligna un profondo e cinico disprezzo nei confronti di tutto ciò che viene catalogato come crescita.
La chiave di volta di tutte le visioni “critiche” nei confronti della crescita non consiste in un attacco diretto e frontale al progresso tecnico e materiale. Non si denuncia (come si potrebbe?) la crescita della vita media, né il crollo della mortalità infantile, o la scomparsa di alcune orribili malattie infettive che falcidiavano e menomavano la generazione dei nostri genitori. Né si stigmatizza la maggiore alfabetizzazione, frutto del maggiore benessere e dell’incremento della produttività oraria del lavoro.
La chiave di volta è il cinismo con cui si guarda alla crescita, concentrando il proprio sguardo in modo ossessivo sui “danni” che essa produce.
La retorica dello scetticismo sulla crescita si basa su falsi dilemmi e artifici lessicali che pongono l’ascoltatore di fronte alla scelta tra crescita economica e… tutto ciò che di buono la vita può offrire.
Si propone di scegliere, per esempio, tra la crescita economica e la tutela dell’ambiente, tra la crescita economica e la tutela della salute. Si instilla l’idea che la prima non sia pienamente compatibile con le seconde. Si parla di crescita “sostenibile”, sottintendendo che per renderla “sostenibile” non si debba puntare sul progresso tecnico e scientifico, ma, al contrario, sul sacrificio, sulla rinuncia di una parte del benessere possibile a favore di qualcosa d’altro, sia essa la tutela di una particolare idea di ciò che dovrebbe essere l’ambiente incontaminato, o qualunque altro feticcio, dipinto come dotato di un valore intrinseco superiore a quello del benessere a cui si rinuncia.
L’affondo retorico non è, perciò, diretto, ma passa da un formale sostegno condizionato alla crescita economica, accompagnandolo con un continuo stillicidio di condizionamenti e limitazioni.
Alternativamente, si ricorre all’espediente retorico opposto, sottolineando come l’assenza di crescita economica possa portare a effetti desiderabili o positivi.
Si descrive un mondo più povero, ma idilliaco, in cui l’assenza di benessere è compensata da ineffabili armonie tra l’uomo e l’ambiente, o da più sinceri e schietti rapporti interpersonali, nutriti da una profonda e antica saggezza.
Se il primo argomento mostrava ciò che di negativo la crescita comporta, omettendo di dire ciò che di positivo ad essa si associa, dandolo per scontato e acquisito, o sminuendone il valore, il secondo tende a esaltare gli aspetti positivi di una società ostile al progresso, omettendone, dualmente, le caratteristiche negative e spiacevoli.
Questi argomenti, a ben vedere, sono entrambi una variante dello stesso trucco retorico di fondo: una comparazione impari tra due alternative, di una delle quali si esaltano gli aspetti positivi, contrapponendoli unicamente a quelli negativi dell’altra, di cui, a sua volta, si sminuisce tutto ciò che è apprezzabile.
Lo scetticismo sulla crescita, ovviamente, non si ferma a questo tipo di comparazione.
Si insinua, infatti, il dubbio sulla possibilità concreta che la crescita possa continuare indefinitamente nel futuro.
D’altro canto, si dirà, le risorse sono finite. Esaurite le risorse, per quanto lontano nel futuro ciò possa avvenire, il modello sociale basato sulla crescita non sarà più praticabile. E se non si sottolinea questo aspetto, si sottolineeranno i rischi sociali associati a una sempre minore disponibilità di risorse ( le guerre, ipotetiche, per l’acqua potabile, ad esempio). E se non sono limiti di approvvigionamento, possono essere limiti di fruibilità, per cui beni, anche prodotti in sovrabbondanza, non sarebbero materialmente accessibili, anche solo per semplice mancanza di tempo.
Quando a chi sostiene questo tipo di argomento si oppone l’evidenza di come la crescita non avvenga unicamente per via quantitativa, e che, perciò, considerare il suo progresso esclusivamente in termini di maggiore sfruttamento delle risorse attualmente disponibili è fuorviante e che va considerato anche l’incremento di efficienza con cui queste ultime vengono utilizzate, e la disponibilità di risorse di nuovo tipo data proprio dal progresso teconologico, il fautore della decrescita porrà, allora, in discussione la qualità della crescita. Si porrà sotto giudizio la valutazione quantitativa del benessere, contrapponendola a una sua valutazione qualitativa. Perché misurare il benessere in termini di PIL?
Una forma più elaborata di questo argomento passa dal cercare di creare distinzione tra sviluppo e crescita, collegando al primo, desiderabile, aspetti apparentemente non economici e contrapponendoli al mero calcolo del benessere economico. Così si discuterà di incremento nella sicurezza, di trasparenza e responsabilità, di libertà civili e welfare state, considerandoli indipendenti dall’andamento del progresso economico.
Infine, memori di antiche leggi suntuarie, le menti critiche chiederanno che la crescita, se proprio deve essere, sia etica, socialmente responsabile. E si sottintende che questi tratti etici e responsabili si caratterizzeranno per il loro essere legati a una riduzione dei consumi e della crescita. Invocheranno, per l’appunto, l’equivalente moderno delle leggi suntuarie, attribuendo al rispetto di questi precetti il pregio di essere frutto di una moralità più profonda, capace di maggiore empatia verso l’ambiente e le generazioni future.
Piuttosto che affrontare ciascuno di questi argomenti singolarmente, una volta assodato che essi sono esclusivamente gli espedienti di una tattica basata sul lavorare ai fianchi ciò che, evidentemente, non si ritiene attaccabile frontalmente, è più efficace portare alla luce il filo conduttore di tutti questi argomenti e analizzare cosa generi il timore della crescita.
Si può facilmente osservare come nelle idee di chi avversa la crescita c’è prima di tutto una profonda disaffezione nei confronti del progresso, in senso lato. Mentre nel passato le ideologie si contrapponevano tra loro promettendo ciascuna di poter essere artefice di un futuro migliore, chi oggi teorizza di limitare la crescita o di trasformarla in decrescita si propone di eludere la possibilità che si realizzi un futuro distopico.
Questa prospettiva non può essere scissa da quella che lega il progresso economico a quello sociale.
Diverse idee di crescita si associavano a differenti prospettive di mutamenti sociali, mentre oggi allo scetticismo su di essa si associa la paura che conquiste sociali già ottenute siano perse.
Si tende a dimenticare che la natura profonda del libero mercato e della versione del capitalismo che ad esso si appoggia è profondamente sovversiva, progressista e rivoluzionaria.
Si tende a dimenticare che la crescita, nel mercato libero, avviene attraverso un processo continuo di schumpeteriana distruzione creatrice, di autocorrezione continua.
Nell’opporsi a questo mutamento vi è una radicata pulsione nichilista.
Pulsione che era, peraltro, assente da altre forme di opposizione al libero mercato e al capitalismo, più strutturate e ideologicamente affini a una visione della società basata sul progresso materiale (e spirituale).
Ciò che in queste portava a contrapposizione, e sto parlando del marxismo, ad esempio, non era la visione di un futuro pessimisticamente ostile, ma la progettazione di una forma alternativa di ricerca del progresso stesso.
Un tratto, invece, accomuna queste visioni alternative: il timore dell’individuo, della libertà individuale.
Se il marxismo, però, trova nella classe sociale, nel proletariato, una forza capace di incanalare le energie individuali alla, supposta, volta di un futuro di crescita e progresso, il nuovo pensiero decrescitista cede alle sue pulsioni nichiliste proprio quando vede nel ritrarsi dello slancio creativo la “cura” alla naturale ferinità distruttrice dell’individuo.
E così si spiega l’avversione nei confronti dell’iniziativa individuale.
Essa è tesa unicamente alla distruzione, in quest’ottica che non vede la pars construens del genio umano.
E l’affinità elettiva tra decrescitismo e ambientalismo è perfettamente inscrivibile in questa visione pessimistica, radicalmente scettica e nichilista. La regressione allo stato di natura, percepito come idilliaca armonia tra uomo e ambiente, è positiva perché annulla l’umanità dell’uomo, la sua capacità di dominare l’ambiente, poiché di tale facoltà si percepiscono esclusivamente le potenzialità distruttive.
L’etica dell’ascetismo, del minimo consumo ambientalista non è la stessa etica della frugale parsimonia del protestante weberiano.
La visione sottesa alle filosofie della decrescita e dell’ambientalismo, è profondamente antiumanistica, ed è su questo terreno che va sfidata.
Argomentare contro le singole critiche che dal fronte decrescitista vengono mosse all’intera struttura della civiltà occidentale concede, implicitamente, già un punto a chi le sostiene: si concede che sia lecito sacrificare del benessere sull’altare di un fine “più alto”.
Quello che invece va sottolineato è che tutti gli argomenti utilizzati contro la crescita economica sono esclusivamente artifici retorici, e che, nella realtà, solo attraverso la crescita sia il benessere materiale che quello spirituale, e la tutela dell’ambiente e della salute possono essere tutelati e possono progredire.
Si potrebbero produrre in abbondanza dati che confortano questa posizione, ma discutere nel dettaglio questi dati svia dal cuore della questione.
E’ il nucleo duro della questione è proprio la visione anti-umanistica e anti-individualista del decrescitismo e delle forme di ambientalismo ad esso legate.
Ciascuna delle critiche elencate precedentemente, si osservi, pone il singolo di fronte a una scelta tra ciò che è un bene per sé stessi, ora, e ciò che potrebbe, in futuro, rivelarsi un bene per un’entità astratta e collettiva.
Il mio benessere di oggi va barattato con la preservazione dell’ambiente, con il “bene delle future generazioni”, con la tutela della “salute pubblica”. Tutte queste richieste poggiano su una profonda sfiducia nella capacità umana e del singolo di agire e giudicare per il meglio, e chiedono di delegare la scelta di ciò che è “sostenibile” e eticamente probo a un pianificatore centrale. Pianificatore centrale che per qualche misteriosa dote taumaturgica possiede una visione tale da consentirgli di decidere quanta parte del benessere di ciascuno vada sacrificata per “preservare” le condizioni che consentiranno di mantenere quel precario equilibrio che ci si è prefissi. Ed ecco come si spiega, in fondo, l’attrazione profonda tra decrescitismo e quella congerie di tipi umani apparentemente così diversi che lo sostengono: in tutti costoro alberga in profondità proprio quella natura reazionaria, antiumanista e fideista che caratterizza appieno sia l’ambientalismo militante che lo scetticismo verso le capacità della nostra civiltà di sostenere una crescita economica a tempo indeterminato.
Un’ultima considerazione, prima di chiudere questo prolisso post.
Se si osservano le radici culturali dei moderni sostenitori della decrescita si osserverà che non è sufficiente essere antiumanisti e anticapitalisti per rinunciare all’idea di progresso e di crescita. A ispirare il profondo pessimismo nei confronti del progresso è la presa di coscienza della sconfitta delle visioni alternative di progresso, confrontate con quella occidentale free-market e liberal, cui precedentemente si aderiva con convinzione.
La frustrazione derivante da questo brusco risveglio ha portato queste élite intellettuali a considerare la società, l’umanità stessa per i più estermisti, come indegna e incapace di ulteriore progresso materiale e culturale, e li ha portati ad arroccarsi e chiudersi nelle prospettive di una nuova ideologia in cui l’uomo stesso è la nota stonata, e per la quale solo la deindustrializzazione e il ritorno a una società pre-industriale può restituire, costi quel che costi, un “equilibrio” tra uomo e ambiente.

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2 risposte a Chi ha paura della crescita economica?

  1. Antonello Barmina ha detto:

    Sembra scritto apposta per me

    • bourbaki ha detto:

      beh, no, Antonello. Sono convinto che le tue opinioni sulla decrescita siano frutto di una cattiva lettura del fenomeno.
      Se sei marxista, non puoi essere decrescitista.

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