Lo stato in camera da letto.

Prendo spunto da un recente post di Fabristol per proporre alcune riflessioni sulla relazione tra il potere statale e il riconoscimento pubblico delle relazioni interpersonali.
Poniamoci, innanzitutto, una semplice domanda diretta: perché dobbiamo chiedere il permesso dello stato per sposarci?
La domanda non è né ingenua né banale, poiché per la gran parte della storia dell’occidente ciò non è stato necessario, né ad opera del potere laico né di quello ecclesiastico.
Fino quasi alla fine del medioevo a sancire la validità di un legame matrimoniale è stato unicamente il riconoscimento sociale dei voti coniugali scambiati tra gli sposi e persino la chiesa si limitava a prendere atto della volontà dei coniugi.
E’ solo nel 1215 che, con il IV concilio lateranense, la chiesa inizia a formalizzare i requisiti per definire giusto e lecito un matrimonio. Viene perciò istituito il sacramento del matrimonio. Si associa cioè al riconoscimento pubblico dell’unione tra due persone la somministrazione di un sacramento, che rende il matrimonio organico e funzionale alla struttura della comunità cristiana.
Fin qui, quindi, la formalizzazione del matrimonio avveniva solo nel contesto di una comunità religiosa. Al di fuori degli aspetti religiosi le unioni contratte pubblicamente non richiedevano alcun esplicito beneplacito del potere costituito per essere riconosciute valide. A segnare l’inizio dell’intromissione dello stato nella regolamentazione del matrimonio fu lo scontro tra poteri civili e religiosi innescato dalla riforma protestante.
Con la pace di Augusta (1555), e l’introduzione del principio del “cuius regio, eius religio”, nei paesi protestanti la registrazione e la regolamentazione dei matrimoni diviene uno degli strumenti di controllo sociale da parte dei principi protestanti. Sul versante cattolico, col concilio di Trento, si ha, di conseguenza, un irrigidimento della chiesa cattolica, che esclude qualsiasi riconoscimento a quei matrimoni che non siano stati celebrati in presenza di un parroco e di testimoni, e che non siano stati trascritti in degli appositi registri parrocchiali.
La rivoluzione Francese, e per sua filiazione, il Code Napoléon, introducono l’idea di un “matrimonio civile”, in cui lo stato e i suoi rappresentanti ufficiali apparentemente si sostituiscono alla chiesa come officianti del rito che sancisce l’unione di due persone. In questo processo di evoluzione del ruolo e della funzione dello stato si iscrivono anche l’istituzione del matrimonio civile nell’ordinamento italiano (1866) e il Zivilehe bismarkiano del 1875. Il ruolo che lo stato si arroga è però sempre più pervasivo e vincolante, portando a imporre criteri che non sono più volti esclusivamente a tutela e garanzia dei dei contraenti, ma che sfociano in esplicite strategie di pianificazione sociale ed eugenetica. Leggi che vietano o scoraggiano unioni interrazziali, impongono sterilizzazioni o limitano la facoltà di avere della prole sono state promulgate in tempi diversi e da governi di ispirazione anche antitetica fino a tempi recentissimi. In alcuni stati, come la Cina, queste leggi sono ancora operative e producono i loro effetti devastanti. Ma anche laddove, almeno parzialmente, lo stato ha rinunciato a imporre divieti e vincoli così espliciti, la legislazione viene utilizzata subdolamente per indurre nei cittadini scelte fortemente vincolate.
L’estensione delle tutele sociali e di welfare ai coniugi avviene solo se le unioni sono riconosciute dallo stato, indipendentemente da quanto tali unioni siano durature e stabili.
Così può accadere che coppie conviventi da decenni non godano delle stesse tutele di coppie giovanissime ma in possesso del crisma di riconoscimento dello stato, nonostante nelle prime entrambi i conviventi possano aver contribuito a pagare tasse e contribuzioni richieste dallo stato per alimentare le strutture a cui nega accesso alla coppia.
Lo stesso accade per l’accesso a informazioni medico-sanitarie, per le quali lo stato decide che una coppia, per quanto stabile e affiatata, non può godere dello stesso trattamento di cui godrebbe se avesse deciso di formalizzare la propria unione di fronte a un ufficiale di stato civile.
Il torpore sociale e il conformismo che ci avvolge rende impercettibili queste ingiustizie, poiché si sono create in modo graduale, e sono mascherate dalla commistione tra vincoli religiosi e civili.
L’arbitrarietà dell’imposizione statale inizia a trasparire solo quando una minoranza, come quella LGBT, chiede che lo stato riconosca anche ad essa la facoltà di poter formalizzare in modo analogo la propria unione.
E qui, dopo questa digressione storica, incompleta e sommaria, torniamo all’apparente banale quesito iniziale: perché dobbiamo chiedere il permesso dello stato per sposarci?
La risposta è che lo stato offre, in cambio del riconoscimento dell’unione, una vasta serie di “agevolazioni”, rimuovendo degli ostacoli che esso stesso ha creato per impedire unioni eterodosse.
Lo stato finge, in buona sostanza, di assolvere al compito di aiutare le coppie ad assolvere a quegli impegni reciproci che sono stati assunti da ciascuno nel creare la propria unione, ma, in realtà, usa la concessione di privilegi e la rimozione di ostacoli artificiali per impedire che la libera volontà delle persone si esprima realmente.
Ecco che, allora, per completare questa riflessione, la domanda che si pone Fabristol, relativamente alla incapacità di essere coerentemente libertari per chi rivendica il “diritto” a poter essere riconosciuto dallo stato nell’esercizio delle proprie scelte sessuali ed etiche, ha una sua risposta.
Chi rivendica il riconoscimento statale del matrimonio gay non ha una prospettiva libertaria. Tanto quanto non è libertario chi chiede che lo stato fornisca universalmente e gratuitamente dei servizi sanitari.
Entrambe le richieste, in alcuni contesti e con le debite puntualizzazioni, possono anche essere apprezzate come più vicine alla sensibilità libertaria di quelle di chi vuole che lo stato eserciti queste stesse funzioni discriminando delle minoranze. Ma un vero libertario non può che chiedere qualcosa di diametralmente opposto: lo stato deve uscire dalla stanza da letto di chiunque, sia esso eterosessuale o omosessuale. E se stato (minimo) deve essere, che si limiti a svolgere una funzione di tutela e garanzia, lasciando alle singole coppie l’onere di assolvere agli impegni liberamente presi.
Sono convinto che, purtroppo, le attività lobbistiche dei movimenti LGBT in una prospettiva del genere si dissolverebbero istantaneamente, non vedendo più utile nel chiedere gentili concessioni al sovrano.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...