La Sardegna tra libertà di espressione, lingua sarda, autogoverno e ordine spontaneo

Ripubblico sul mio blog la piccola nota che cortesemente gli amici di Diritto di Voto hanno pubblicato a mio nome:

L’interessante analisi di Adriano Bomboi dedicata alla politica regionale, apparsa su Diritto di Voto in data 22 dicembre 2012, mi ha indotto a riflettere sulla “lingua sarda”, di cui all’interno della mia famiglia siamo cultori: alcuni decenni fa, tra l’ altro, mio padre si laureò con una tesi sulle tradizioni popolari del nostro piccolo borgo natio.

Personalmente, e in disaccordo sia con mio padre che con altri miei interlocutori, ritengo che la genesi della “limba sarda comuna” sia un tipico prodotto di ingegneria sociale statalista. Quella lingua esiste solo nei decreti regionali della Regione. A Cagliari, insomma, si è voluto ricalcare forzosamente il processo di genesi della lingua italiana, ma senza che neppure ci fosse il genio di un Pietro Bembo. Il risultato è che si è deciso “per decreto” che il sardo esisteva e che aveva una sua grammatica codificata.

La realtà è ben altra, e, infatti, nessuno parla o scrive in quella sorta di esperanto. Direi che tra il “sardo” dei palazzi amministrativi cagliaritani e il parlato delle arroccate comunità del cuore dell’isola passa la stessa differenza che c’è tra l’esperanto e le lingue creole.

La realtà, infatti, è quella di una continua commistione tra italiano e dialetti locali. Questi ultimi portano con sè i sedimenti delle millenarie dominazioni che la Sardegna ha subito (theraku = servo è un lontano retaggio del greco bizantino Θεραπων, mentre ventana = finestra è un prestito dello spagnolo, e si potrebbe continuare a lungo…). Lentamente, però, con le nuove generazioni questi tratti trascolorano, tristemente, sotto l’influsso della lingua nazionale. Quando il sardo era una vera lingua viva (i nostri nonni parlavano italiano nello stesso modo in cui oggi i giovani sardi possono parlare l’inglese) lo Stato italiano ha fatto di tutto per sradicarlo e annullarlo.

Ma ora che la storia e il tempo ne stanno decretando la morte, ecco che la hybris di un’assemblea di burocrati si picca di creare un golem privo d’anima e lo battezza “lingua sarda”. Essendo libertario, ed essendo attento alla lezione di Hayek, ritengo che la cattallassi (quale scambio interpersonale, quale interazione sociale) sia il vero meccanismo all’origine dei sistemi emergenti: quali sono le lingue parlate nel mondo.

Per questo motivo, posso ritenere il tentativo di imporne una artificiosa solo un’altra sciocca manifestazione di quella volontà “giacobina” di plasmare la società con la forza. La battaglia per la libertà dei sardi e per il loro autogoverno non può essere combattuta sposando le stesse metodologie, anche se rovesciate di segno, di chi in passato tanto male ha fatto alle tradizioni e alla civiltà dell’isola.

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