“Le origini della virtù” di Matt Ridley, una recensione

“This book has in passing tried to nail some myths about when we adopted our cultured habits.
I have argued that there was morality before the Church; trade before the state; exchange before money; social contracts before Hobbes; welfare before the rights of man; culture before Babylon; society before Greece; self-interest before Adam Smith; and greed before capitalism.
These things have been expressions of human nature since deep in the hunter-gatherer Pleistocene.”
Matt Ridley, “The origins of virtue”


Personalmente ho sempre avuto una profonda avversione intellettuale verso le teorie politico-filosofiche fondate su assunzioni astratte e forti relative alla “natura ultima dell’uomo”. Ed è per questo che sia l’idea hobbesiana del bellum omnium contra omnes, che l’idilliaco “buon selvaggio” rousseauiano non solo non hanno mai colpito positivamente la mia fantasia, ma mi hanno portato a dubitare di tutte le idee che, in qualche modo, siano riconducibili agli stereotipi contrapposti di cui i due filosofi possono essere considerati modello.
Matt Ridley, in “Le origini della virtù. Gli istinti umani e l’evoluzione della cooperazione”, edito dall’Istituto Bruno Leoni nella collana “Mercato Diritto Libertà” costruisce, invece, uno splendido puzzle che, con l’aiuto della teoria dei giochi, della biologia e della psicologia evoluzionistica e dell’antropologia, riesce a mostrare come la nostra cultura e il nostro comportamento non possano essere realmente compresi se non alla luce di ciò che l’evoluzione ci ha costretto ad essere, sin da quando i nostri più remoti antenati scheggiavano le loro asce di pietra nella gola di Olduvai.
L’uomo che emerge dalla lettura di questo libro non è il semplicistico bruto dipinto da Hobbes per giustificare la protervia del Leviatano, né tanto meno il bucolico abitante dell’Eden pre-industriale Rousseauiano che tanto piace alla nuova religiosità ambientalista di certa sinistra.
Emerge, invece, il convincente ritratto di un animale, un primate, con forti istinti sociali, plasmati dalla selezione naturale per consentire al pool genetico della nostra specie di prosperare.
La sorprendente, e brillante, commistione delle tesi evoluzionistiche di Richard Dawkins, le ben note ricerche di Maynard Smith sulla teoria dei giochi applicata all’evoluzione, con l’analisi economica e politica permette sia di confutare le tragiche parodie del darwinismo che hanno portato a distopie eugenetiche e totalitarie che le altrettanto pericolose fantasie primitivistiche dei tree-huggers ambientalisti.
Avere, dopo ben sedici anni dalla sua pubblicazione, la possibilità di leggere in italiano questo testo, devo dirlo onestamente, rinfranca. Rinfranca perché è il sintomo che, nonostante tutto, anche nell’ormai asfittico e conformista panorama culturale italiano c’è spazio per idee controverse ma razionali.
La pietra dello scandalo di questo libro è data dalla sua perorazione del libertarismo, un’idea politica che permetterebbe ai nostri migliori istinti di prevalere su quelli peggiori. La virtù, ci dice Ridley, nasce proprio come caratteristica evolutiva degli Hominina atta a consentire di giocare, nel processo evolutivo, con quelle strategie cooperative che mostrano una straordinaria capacità di prevalere, una volta attuate.
Risuona alla mente la celeberrima citazione di Adam Smith: “It is not from the benevolence of the butcher, the brewer, or the baker, that we expect our dinner, but from their regard to their own interest. We address ourselves not to their humanity but to their selflove, and never talk to them of our own necessities but of their advantages. Nobody but a beggar chooses to depend chiefly on the benevolence of his fellow citizens.”
Ciò che Ridley sottolinea è che la ricerca del proprio interesse non è assolutamente da ritenere gretto egoismo, né che essa debba contrapporsi all’altruismo. Il punto nodale, che le ricerche in ambito di teoria dei giochi fanno risaltare con chiarezza, è che in presenza di giochi a somma non nulla, a volte, una strategia prudentemente altruista è quella che tutela di più l’interesse di ciascuno.
E l’evoluzione ha permesso, in modo a dir poco stupefacente, che noi esseri umani, anche se privi di una consapevolezza razionale di questo fatto, istintivamente tendiamo a avere sentimenti ed istinti che favoriscono la cooperazione, impedendoci di agire come “rational fools”.
Anche in questo caso riecheggia una citazione di Smith:“Per quanto egoista si possa ritenere un uomo, ci sono evidenti principi nella sua natura per cui è interessato alle sorti del prossimo suo e che gli rendono indispensabile l’altrui felicità, benché egli non ne guadagni nulla se non il piacere di contemplarla.”
Ridley, in chiusura del suo libro, propone il libertarismo al lettore come una risposta ai problemi politici e sociali che scaturisce dal riconoscimento delle forze connaturate all’animo umano e che non tenta di riplasmarlo prometeicamente come tante altre ideologie hanno fatto nel passato con scarso successo.
Per citare la chiusura del libro :“For St Augustine the source of social order lay in the teachings of Christ. For Hobbes it lay in the sovereign. For Rousseau it lay in solitude. For Lenin it lay in the party. They were all wrong. The roots of social order are in our heads, where we possess the instinctive capacities for creating not a perfectly harmonious and virtuous society, but a better one than we have at present. We must build our institutions in such a way that they draw out those instincts. Pre-eminently this means the encouragement of exchange between equals. Just as trade between counrties is the best recipe for friendship between them, so exchange between enfranchised and empowered individuals is the best recipe for cooperation. We must encourage social and material exchange between equals for that is the raw material of trust, and trust is the foundation of virtue.”
La forza del libro sta nel mostrare come quest’ultima asserzione non sia frutto di astrazioni filosofiche ma che sia la necessaria conseguenza della natura che l’evoluzione ha dato all’uomo e che i tentativi di “ingegneria sociale” che tanto piacciono alla compassionevole ed egualitarista sinistra politica sono necessariamente destinati a risvegliare, nonostante le nobili intenzioni, le pulsioni da free-rider che albergano in ognuno di noi.
Allo stesso tempo il rigido conformismo e la passione per la gerarchizzazione che la destra politica considera necessari per domare il selvaggio e primitivo hobbesiano aduso ad una vita “solitary, poor, nasty, brutish and short” soffocano e reprimono le capacità di adattamento spontanee della società agli stimoli ambientali.
Un libro, dunque, che non piacerà di certo agli adepti della religione del Leviatano sia nella sua confessione di sinistra che in quella di destra. E, che , pertanto, vale la pena di leggere.

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