Allocation of resources for invention?

Purtroppo dobbiamo constatare che l’Italia sta per fare l’ennesimo passo indietro nel mondo della ricerca scientifica.

Ochlocracy

La “Fondazione Diritti Genetici” ha inoltrato ai ministeri dell’Ambiente e dell’Agricoltura la richiesta di distruggere i campi sperimentali dell’Università della Tuscia in cui erano coltivati alberi di olivo e di ciliegio, e alcuni filari di kiwi transgenici. Gli esperimenti, iniziati in campo aperto nel 1998 da una ricerca pubblica avviata nel lontano 1982, avrebbero potuto consentire di selezionare varietà resistenti a diversi agenti patogeni, come funghi e batteri.
Nella rete e su Facebook è stata aperta una sottoscrizione ad un appello pubblico ai ministri interessati perché rivedano la loro decisione.
Personalmente condivido ogni singola virgola di questo appello.
Spero vivamente di essere smentito dai fatti ma sono, però, quasi certo del fatto che attraverso iniziative di questo tipo non si otterrà nulla.
Credo che sia fin troppo facile prevedere che il ministero non degnerà l’appello della benché minima attenzione, a meno che per esso non si spendano figure capaci di contrastare l’influenza di cui, evidentemente, è capace la suddetta fondazione.
C’è, però, una parola chiave che rende comprensibile il perché per chi, come me, sostiene il contenuto dell’appello, questa sia una battaglia persa: “democrazia”.
Capanna e Fabbri, nel commentare la notizia dell’accoglimento della loro denuncia, hanno tenuto a sottolineare il loro desiderio di vedere “accolta la nostra proposta di fare un piano di ricerca partecipata, cioè condotta secondo criteri di democrazia e trasparenza e con il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati”.
La scienza, il progresso, la ricerca scientifico-tecnologica non sono democratiche. Non lo sono in senso proprio, poiché a legittimare la bontà della ricerca scientifica non è il consenso diffuso, ma l’adesione di chi la pratica a un metodo.
La richiesta di “democrazia” e di “partecipatività” da parte dei rappresentanti della “Fondazione Diritti Genetici” potrà apparire marginale nel contesto di una battaglia che sembra, appunto, di natura scientifica, eppure è proprio questo gap culturale tra chi si oppone alla sperimentazione sugli OGM e chi vorrebbe tutelare la possibilità di proseguire nelle sperimentazioni che segna l’esito del confronto.
Credo che l’evidenza sperimentale italiana dimostri ampiamente che tra l’Arrow di “Economic welfare and the allocation of resources for invention” e il Demsetz di “Information and Efficiency: Another Viewpoint” è il secondo ad avere ragione. Si sostiene che la ricerca pubblica possa garantire maggiori finanziamenti alla ricerca di base e che attraverso di essa si possa avere ricerca anche in ambiti in cui il privato non sarebbe propenso a rischiare. Eppure il fiorire di movimenti Nimby e il costante ricorso al “principio di precauzione” dovrebbero insegnare ai ricercatori, vittime di una sorta di sindrome di Stoccolma, che quanto maggiore è il controllo governativo sulla ricerca tanto maggiore è il rischio che la risk aversion ( mi si passi il calembour) da parte dell’opinione pubblica possa limitare la libertà della ricerca e le opportunità per continuare essere parte dei paesi che danno un contributo significativo al progresso scientifico-tecnologico.
E un ulteriore dato di fatto è che le nostre élite politiche non solo non hanno la forza di contrastare questa avversione per l’innovazione che pervade la nostra società, ma, per interesse e convenienza, se ne fanno interpreti e agiscono per soddisfare a queste istanze.
E allora, diffondere questi sacrosanti appelli equivale a chiedere clemenza a un tribunale che ha già emesso la sua sentenza. Continuare a credere che le istituzioni pubbliche siano neutre e non condizionate da una atteggiamento politico fortemente ostile alla scienza è il miglior modo per replicare le cocenti sconfitte e le nefaste decisioni che sono state prese per il Nucleare. Si potrebbe citare l’assurda attenzione che molta politica ha dedicato a metodi clinici discutibili, o il credito e le interrogazioni parlamentari spese per dubbie teorie sulla predicibilità dei terremoti. L’ingerenza della politica nei modi e nelle finalità della ricerca scientifica è inevitabile conseguenza dell’adesione ideologica diffusa al paradigma per cui università e ricerca debbano essere pubblici, nella fallace convinzione che il loro essere tali sia garanzia di maggiore efficienza nell’accesso a fondi e risorse. Poiché nulla è gratuito, il prezzo che la ricerca deve pagare è, però, il dover sottostare alle pressioni lobbistiche di quegli insider e di quei rentier che dall’impatto sul mercato dei risultati di quella ricerca avrebbero più da perdere, o di quelle forze politiche che, pur legittimamente, interpretano e veicolano la forte avversione al rischio da parte dell’opinione pubblica. Se si vuole uscire da questa ragnatela di pressioni e restituire alla scienza l’autonomia, anche dagli umori dell’opinione pubblica, necessaria per poter produrre risultati, al di là di appelli e suppliche al sovrano la vera e unica richiesta che si deve avanzare è quella di allontanare le pastoie della burocrazia pubblica e il soffocante controllo statale dalla ricerca scientifica e dall’istruzione universitaria.

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6 risposte a Allocation of resources for invention?

  1. Antonello Barmina ha detto:

    La ricerca scientifica non procede a maggioranza. Su questo nulla quaestio. Le maggioranze, invece devono avere il loro peso sul se delle decisioni che vengono prese. E se con procedura democratica si decide, che so, di vietare le sperimentazioni genetiche(è solo un esempio), quella decisione potrà sembrare orrenda a qualcuno, tra cui chi scrive, ma sarà perfettamente legittima. La democrazia è, appunto, una questione di metodo, sul come arrivare a questa o quella decisione

    • bourbaki ha detto:

      Direi di no, Antonello, la decisione può essere legale, ma non la considero legittima.
      E’ legale e obbedisce al principio per cui la maggioranza può imporre la sua volontà, ma se è “democratica” nel metodo è oclocratica nella sostanza.
      Il professor Rugini ha dovuto ottemperare a un obbligo di legge, ma se tutta la comunità scientifica mondiale ( l’appello ha avuto risonanza internazionale ed è stato pubblicato anche su Nature un commento allarmato sull’oscurantismo che regna in Italia in materia scientifica) è rimasta sconvolta da una decisione così improvvida, è del tutto evidente che l’intromissione dello stato in questi ambiti non può che essere perniciosa.
      E lo è in modo sostanziale, e ti rimando al mio nuovo post sui government failures per capire cosa mi spinge a dirlo.
      Ritenere che la democrazia sia la panacea che cura tutti i mali della società è una forma di ingenuità politica.
      Metteresti ai voti su una pubblica piazza la terapia che devi seguire per guarire da una malattia?
      Metteresti ai voti se si debba ritenere valida la teoria della relatività generale?
      Credo di no. Allo stesso modo, visto che non ci sono evidenze sperimentali della dannosità delle ricerche che Rugini conduceva alla luce del Sole presso un’università statale, e che Rugini, esperto di chiara fama in materia, garantiva sulle procedure seguite per evitare indebita propagazione di pollini quale è la ratio di un atto che si configura solo ed esclusivamente come un atto di censura?

  2. Antonello Barmina ha detto:

    Ho affermato un principio generale, volutamente non entrando nella questione specifica. La democrazia non è il rimedio a tutti i mali, ma è il miglior sistema che sia stato inventato. Non vorrei essere frainteso. Se io andassi a sostenere che l’evoluzionismo debba essere messo ai voti sarei immediatamente accompagnato in un luogo di cura. Non sono le teorie scientifiche ad essere messe in discussione con procedure democratiche ma decisioni politiche che riguardano tutti,

    • bourbaki ha detto:

      E questo è uno dei punti che vale la pena sottolineare: Non tutto è politico, e il fatto che si ritenga che la ricerca scientifica è libera e non condizionata da esigenze extrascientifiche se è pubblica è smentito da quanto è accaduto.
      Rendere pubblica la ricerca la sottopone al veto di gruppi di pressione che agiscono secondo logiche proprie e che possono limitare la libertà del ricercatore.
      In questo caso è chiaro che chi si fa interprete dell’avversione al rischio che è normale nelle masse ( ci sarebbe da discutere di cosa sia l’ignoranza razionale dell’elettore) opporrà veti a tutte quelle ricerche che possono essere percepite come “rischiose”, a prescindere dalla validità scientifica delle obiezioni opposte.
      Questo è il prezzo che si deve pagare, evidentemente, per avere, praticamente, il monopolio pubblico della ricerca. La conseguenza sarà che tra un decina d’anni le biotecnologie e gli OGM saranno comunque sul piatto di tutti ( e a sponsorizzarle oggi sono la Cina, il Brasile e l’India) ma l’Italia dovrà solo pagare per poterne usufruire, come già avviene con l’energia nucleare, che siamo costretti ad importare per colpa di veti ideologici e propaganda terroristica.

  3. Antonello Barmina ha detto:

    Non tutto è politico: un’affermazione che lascia impregiudicata la questione su cosa debba essere politico e cosa no. Non ci sono solo decisione politiche, ma anche giurisdizionali e amministrative. Le sentenze e gli atti amministrativi possono essere impugnati da chiunque vi abbia interesse e poi eventualmente appellati. E’ un principio giuridico fondamentale, peraltro pienamente recepito dalla nostra Costituzione. Il caso de quo, il ministero che blocca una sperimentazione, rientra, a mio parere, nel novero delle decisioni amministrative, come tale evidentemente soggetta ad impugnazione da chi vi abbia interesse.
    Non tutto è politico, afferma il blogger,e ha ragione. Non tutto può essere oggetto di intervento normativo. Non solo: vi sono materie che non possono essere oggetto di decisioni democratiche. Ad esempio, una eventuale consultazione popolare per autoaffondare la democrazia sarebbe concepibile solo in un contesto di sostanziale eversione dell’ordinamento democratico.
    Una volta che si accetta la democrazia, tuttavia, si accetta anche il rischio che le proprie posizioni possano essere soccombenti. Non vince chi è più bravo, ma chi ha i numeri maggiori. E’ semplicemente un criterio, un metodo.

    • bourbaki ha detto:

      Non è questo ad essere in discussione. Il punto è stabilire quali sono i limiti di intervento dello stato, che siano essi politici in senso stretto, amministrativi o quant’altro. Non solo se la democrazia volesse autoaffondarsi, come nel tuo esempio. Anche ammesso che sia inevitabile che lo stato sia quello che è ( e questo blog ha una ragion d’essere che non permette di accogliere questa idea con leggerezza) è dato che ci deve essere un limite invalicabile oltre le quali cessa il diritto dello stato di interferire con la libertà del singolo. L’uomo non si esaurisce nel cittadino. Nel caso specifico, poi, qualunque revisione o appello vinto avrebbe solo il sapore della beffa, stante che le piante sono state sradicate e avvelenate ( sentenza già esecutiva). Accettare la democrazia ( rappresentativa ) significa accettare un metodo per eleggere i propri rappresentanti e/o il proprio governo. sottomettere tutte le decisioni alle ubbie della maggioranza ( come dicevo affetta da una ovvia ignoranza razionale – ed è giusto che sia così) non è democrazia, è oclocrazia, mob rule.

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