L’origine dello stato (2)

Vivere in uno stato, perciò, non costituisce la condizione “naturale” dell’uomo. La consapevolezza dell’artificialità di questa struttura sociale è appartenuta ai pensatori classici, che hanno prodotto sia teorie volte a definire lo stato ideale, sia analisi volte a descrivere e tassonomizzare le realtà politiche esistenti.
Una menzione particolare va fatta in questo contesto per le figure dei sofisti politici, la cui visione è per molti versi anticipatrice di ideologie e visioni ben più recenti.
Ippia di Elide, Antifonte, Licofrone e Alcidamante sono tra i primi, in modo storicamente accertato, a evidenziare sia l’esistenza di un “diritto naturale” (physis) preesistente a qualunque ordine statuale, sancito da un nomos che altera gli equilibri naturali e spontanei che si istituirebbero tra gli uomini.
Nonostante ciò la ricostruzione storica dell’origine delle forme statali per l’antichità classica, sia romana che greca, così come quella preclassica si limita all’attribuzione del ruolo di fondatore a figure mitologiche, sia umane che divine ( o divinizzate), il cui “genio” o la cui aura sovrannaturale giustificano l’eccezionalità e la cesura temporale determinata dall’evento fondativo.
Così la fondazione di Uruk viene attribuita alla figura di Enmerkar, nipote del dio Sole (Utu), accreditato come inventore della scrittura e civilizzatore. Analogamente si potrà ricordare l’origine semidivina attribuita a Sargon di Akkad, o, in tempi relativamente più recenti e in un contesto più vicino a noi, a Romolo.
Questi miti eziologici, così come l’idea che lo stato incarni l’espressione dello “spirito” di un popolo o che la genesi degli stati sia frutto di un puro accidente della storia non soddisfano la necessità di chiarire come questa peculiare istituzione abbia potuto, come posto in evidenza da Carneiro, soppiantare qualunque altra forma di organizzazione sociale finalizzata ad esercitare il potere sovrano su un territorio e sui suoi abitanti.
D’altro canto, le teorizzazioni filosofiche, siano esse di stampo contrattualista ( da Hobbes,Locke e Rousseau, fino a Rawls e Nozick) o meno, sono tese non tanto a descrivere l’origine storica dell’istituzione quanto a dare una base filosofica, appunto, alla legittimità del potere accordato allo stato, e la contrapposizione tra un ideale stato di natura primigenio e la successiva fuoriuscita da esso, in virtù della sottoscrizione del contratto sociale, non vuole essere altro se non una sorta di descrizione atemporale e astorica del processo costitutivo del potere sovrano.
Esiste, quindi, da un lato una corposa tradizione filosofica, che possiamo far risalire fino, come già detto, alla prima sofistica, a Platone e ad Aristotele, per giungere fino ai giorni nostri, che si è sforzata di dare un fondamento teorico e una radice ideale all’istituzione statuale.
Dall’altro lato,la sua origine storica, invece, non può essere descritta in modo ragionevole attraverso il contrattualismo e non può che trovare risposta se non nello studio della storia e dell’archeologia.
Esistono diverse possibili ricostruzioni del processo, basate su differenti interpretazioni dei dati che la scienza storica e archeologica possono fornirci.
Una delle prime ipotesi scientificamente fondate fu avanzata da uno dei grandi padri dell’archeologia anglosassone, Vere Gordon Childe[1], che ipotizzò che il processo di neolitizzazione, con la nascita dell’agricoltura, la sedentarizzazione e il generarsi di surplus alimentari (fenomeno a cui abbiamo accennato nel breve accenno al sito di Çatalhöyük e che può essere evidenziato, oltre che in mesopotamia e in Egitto, anche nei remoti centri della civiltà della valle dell’Indo ad Harappa) abbia consentito il crearsi delle prime forme di specializzazione e divisione del lavoro. Il nascere di professioni non direttamente legate alla produzione di derrate alimentari, secondo Childe, ha dapprima consentito la nascita di professionalità per le quali era necessario un elevato livello di specializzazione e conoscenze non facilmente acquisibili. Questo avrebbe comportato una più facile trasmissibilità di queste competenze attraverso gruppi ristretti di persone, probabilmente legati da vincoli familiari o di gruppo, e la conseguente creazione di classi sociali distinte. L’ipotesi di Childe è che la nascita di strutture architettoniche di grandi dimensioni, di templi ( Sumer), o di edifici interpretabili come magazzini ( Indo, Sumer) sia da ricollegarsi alla nascita di una classe dominante, cui, in cambio dello svolgimento di funzioni sociali evidentemente ritenute di maggior importanza e rilievo, è stato concesso di accumulare per sé una parte maggioritaria del surplus alimentare prodotto. In questo contesto possono inquadrarsi, anche, fenomeni come la nascita di un ceto intellettuale e della scrittura ( per il ricollegarsi della nascita della scrittura alla necessità di contabilizzare la gestione delle scorte alimentari, e in seguito della riscossione dei tributi, si veda anche l’opera di Denise Schmandt-Besserat[2]).
Una seconda ipotesi, affine alla precedente, ma sottilmente differente, è stata avanzata da Karl August Wittfogel, che suppone che a dare avvio al processo di centralizzazione del governo sia stata la necessità di gestire l’accesso a una risorsa fondamentale, ma necessariamente scarsa, come l’acqua dei grandi fiumi, sulle cui sponde le prime civiltà agricole si sono sviluppate ( inutile dire che questi fiumi sono il Nilo, il Tigri e l’Eufrate, l’Indo e il fiume Giallo).
L’acqua necessaria per l’irrigazione dei campi e le opere idrauliche che consentivano di convogliarla anche verso campi distanti dalle sponde dei fiumi, o l’operato degli agrimensori che, così come narrato anche da Erodoto[3], avrebbero richiesto un’azione coordinata dei membri della comunità. Tale coordinamento sarebbe stato affidato a una parte di questi membri, in cambio di una quota del surplus alimentare prodotto, che sarebbe servita per finanziare le opere e per soddisfare i bisogni di questa élite. L’esito finale sarebbe, perciò, analogo a quello precedentemente descritto.
Questa ipotesi ha subito critiche più circostanziate rispetto all’ipotesi iniziale di Gordon Childe, poiché l’evidenza archeologica mostra come le prime strutture assimilabili a uno stato precedono temporalmente la creazione di queste infrastrutture a cui Wittfogel attribuì il ruolo di catalizzatori nella formazione di governi centralizzati. (segue)

NOTE:

1. V.Gordon Childe, The Urban Revolution,The Town Planning Review, Vol. 21, No. 1 (Apr., 1950), pp. 3-17
2. Gianluca Bocchi, Mauro Ceruti, Origini della scrittura, Genealogie di un’invenzione,Bruno Mondadori,2009,ISBN:9788861593817
3. “Quando il Nilo inonda il paese, dalle acque emergono soltanto le città, tutto il resto del territorio egiziano si trasforma in una distesa d’acqua. Il Nilo quando è in piena non inonda solo il delta ma anche il cosiddetto territorio libico e in qualche luogo quello arabico fino a una distanza, da entrambe le sponde, di due giorni di viaggio in media. Sesostri ripartì il territorio fra tutti gli Egiziani assegnando a ciascuno un lotto di forma quadrangolare di uguali dimensioni, poi si garantì le entrate fissando un tributo da pagarsi con cadenza annuale.. se a qualcuno il fiume sottraeva una parte del lotto c’era la possibilità di segnalare l’accaduto presentandosi al re di persona..questi inviava dei tecnici a verificare e a misurare con esattezza la diminuzione di terreno affinché il proprietario potesse per il futuro pagare il tributo in giusta proporzione.. Scoperta, mi pare per questa ragione, la geometria passò poi dall’Egitto in Grecia..”.. Erodoto (Le storie – libro II)

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